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[ Dicembre 2020 ]

ALESSANDRO CADAMURO - "POEGLASS" -

 

ALESSANDRO CADAMURO
ALESSANDRO CADAMURO

 

Alessandro Cadamuro: artista, poeta e performer veneziano (1958). Dall’acqua lagunare alla trasparenza del vetro: identità, memoria, viaggio, ma soprattutto Vetro, come elemento intermediale alle sue opere. Formazione: Liceo Artistico, Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha operato negli studi e fatto parte degli artisti di Palazzo Carminati “Opera Bevilacqua La Masa” di Venezia. Nel 1980 ha fondato il manifesto “VetroCantore” e “Poevetri”: la coniugazione tra segno, suono, trasparenza e luce. Dalle Vetroscritture alle vetroinstallazioni, dalle performances agli happenings, dalle vetropoesie a palinsesti scenici (interni/esterni), dalle riprese filmiche e video, a immagini ritrattate, riincise, graffiate su vetro, in un magma continuo di eventi che sfociano in: il “Vento del Vetro”, le “Macinatrici di Vetro”, “Packing glass in glass boxes”, “Microvetrovideo”, “VetrOrganica”, “Broken glass Bodies”, “Glass-Heart”, “Glass-Eyes”, “Vetr’acqua”, “Vetrosuono”, “Glass-Mobiles”, “Glass-Totemism”, “Glass-Tower”, “Glass-Poems”, “Glass-Blades”, “Glass-Land-Scapes”, “Glass-Traps”, “Glass-Implosion”, “Glass-Genetic”, “Glass-Lips and Glass-Bodies”, “Glass-Drops”, “Glass-Speed”, “Glass-Labyrinth”, “VetroVirus”, “Glass-Stones”, “Glass-neon”, “Glass-Organism”, “Glass-Framments”, “Glass-Letters”, “Glass-Pages”, “Glass-Poem”, “Glass-Books”, “Glass-Architecture”, “Glass-Light” etc.. Alessandro Cadamuro usa segnare, incidere, scalfire, percuotere, infrangere e assemblare vetri, ma anche altri materiali trasparenti e/o semitrasparenti: plexiglass, resine, gomme, siliconici, plastiche, metalli, elementi elettromagnetici, di amplificazione sonora, luminosa e ready made. Collabora con la rivista internazionale di poesia “Zeta” di Pasian di Prato (Udine), aderendo a numerosi progetti collettivi, fa inoltre parte del Cinema Indipendente Italiano. Dallo sciogliersi dell’acqua ai vetri, e viceversa ancora, ancora una volta. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private, in Italia e all’estero.

 

Dal 1980 ad oggi Cadamuro ha partecipato a numerose esposizioni in istituzioni pubbliche e Gallerie private. Ha tenuto numerose personali, sia in Italia che all'estero, dove è inoltre intervenuto in svariati simposi ed happaning poetici ed artistici.

Svariate le sue installazioni in spazi urbani e  le sue performance live. 


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“GLASS LABYRINTH in BLUE” (Poeglass) cm 80 x 80 x 7 h - 1992
“GLASS-EXTENSION of O” (Poeglass) cm 80 x 80 x 7 h - 1991
“LE MACINATRICI DI VETRO” Glass-Grinders (1994-2003). Sottotitolo: “I Filosofi nel contemporaneo”: a misure variabili modificabili nel tempo e nello spazio
“LE MACINATRICI DI VETRO” Glass-Grinders (1994-2003). Sottotitolo: “I Filosofi nel contemporaneo”: a misure variabili modificabili nel tempo e nello spazio
“GLASS-LABYRINTH in OoOoOo” (Poeglass) cm 22 x 8 x 32,4 h - 2007
“GLASS-WATER OF VENICE” (Poeglass) cm 8 x 17 x 28,3 h - 1958 / 2008
“S-GLASS-SPHERES” (Poeglass) cm 6 x 18 x 43 h - 2008
“H-GLASS-SINESTESYES” (Poeglass) cm 4 x 14,5 x 29,7 h - 2007
“GLASS-GENETIC” (Poeglass) cm 12 x 9 x 81 h - 2008
“GLASS-ARCHITECTURE” cm 10 x 12 x 63 h - 2007

ALESSANDRO CADAMURO

 

“GLASS-WRITING” (Poeglass)<BR> cm 90 x 94,5 x 3,7 h - 1999
“GLASS-WRITING” (Poeglass)
cm 90 x 94,5 x 3,7 h - 1999

Alessandro Cadamuro si accosta precocemente all’arte, nel contesto di una Venezia ricca di fermenti e presenze importanti. Conosce Vedova, suo maestro in Accademia, Santomaso,  Zotti,  Pirro, di cui frequenta lo studio e che lo presenta a Peggy Guggenheim. Della nota mecenate, incontrata proprio pochi mesi prima della sua morte, custodisce un ricordo significativo, che ogni volta rinnova l’emozione dell’ interesse dimostrato da una delle più grandi collezioniste d’arte per il proprio lavoro.

Il percorso artistico di Cadamuro potrebbe essere letto come una lenta, ma costante, evoluzione da una narrazione della realtà resa metafora - ma ancora raccontata -  al simbolo puro.

Esiste una dimensione, quella poetica, la quale costituisce uno spazio che abita e si anima dentro di noi, egualmente vero come lo spazio misurabile del mondo esterno. Coglierla, decifrarla ed enunciarla - in quell’atto cognitivo e creativo  che è la rivelazione – comporta il completo abbandono alle immagini che giungono dall’interno, nel tentativo di dar voce al segreto pulsante svincolato dai luoghi comuni, dalla consueta organizzazione del vero.  I più la rifuggono, cercando di circoscrivere il reale entro schemi e modelli  preordinati, per non farsi soverchiare dal mistero che lo abita e che sempre ci sfugge. Alessandro Cadamuro si propone, invece, attraverso le proprie opere, il compito di liberare il percepito dal luogo al quale la razionalità lo ha relegato, misurandolo ed analizzandolo solamente attraverso la logica, non consentendo mai di pervenirne all’ essenza.  L’universo, per l’artista, non può che essere quel tempio baudleriano che parla attraverso “confuse parole”, per simboli.

La sua poetica   matura sulla base di una tradizione, quella della lavorazione del vetro, che è parte della storia della città in cui nasce e cresce, ma – soprattutto – di quella personale e familiare. Il padre, infatti, era proprietario di una fornace a Murano. L’accostarsi all’arte non può prescindere da questa esperienza, così profondamente parte del suo mondo immaginativo. Già da bimbo è attratto dalla magia alchemica della lavorazione del vetro, del suo nascere incredibilmente dalla fusione di miscele di silice, come quarzo e sabbia, e di carbonati metallici, dalla varietà e tipologie di questo composto. Ama aggirarsi nella fornace, fra gli ossidi metallici per ottenere i vetri colorati, fra i crogioli di alluminio e i forni gas. Qui già allora va alla ricerca degli scarti, i famosi cotissi, che raccoglie come preziosi reperti.

All’amore per il vetro si affianca la passione per la parola, per il verso, per la poesia. In gioventù, parallelamente alla frequentazione dell’Accademia, si relaziona con gli ambienti della Neoavanguardia. In questi contesti si sviluppano le ricerche verbo-visuali, indirizzate a sviscerare i possibili sviluppi dell'intreccio fra arte e cultura. Cadamuro giunge così ad elaborare un personale modo di declinare le indagini linguistiche ed estetiche che ipotizzano possibili commistioni fra arti visive e letteratura. Inizia ad incidere su lastre di vetro lineare versi poetici, affioramenti della memoria su uno spazio quasi liquido e dilatato, abbacinato e abbacinante nella propria trasparenza riflettente, immenso come un cielo saturo di luce cangiante, sul quale un diamante graffia una raffinata scrittura. Versi  che - oltre al senso concreto -  assumono uno statuto decorativo, come fossero una traccia cadenzata, una favilla dell’anima.  Il gesto, mentre imprime il segno sulla superficie, è infatti teso nella rapidità di un ritmo corsivo.

“THE GLASS-POINT” (Poeglass) <BR>cm 45 x 45 x 99 h - 1998
“THE GLASS-POINT” (Poeglass)
cm 45 x 45 x 99 h - 1998

Nel tempo Alessandro formula nuove riflessioni sul senso dell’utilizzo del materiale che elegge a medium, ma, soprattutto, perviene ad una differente concettualizzazione riguardo alla parola.  Sceglie di prescindere da una comunicazione diretta e compiuta, ancora connessa ad una logica ermeneutica,  per approdare all’uso del segno puro, libero, che vive di allusività, nel suo rimando sintetico a quanto ci circonda. Nell’abisso delle infinite possibilità comunicative, concepisce una “scrittura” attraverso la frantumazione della medesima, servendosi solo dei significanti, quasi a testimoniare che unicamente a partire dalla “catastrofe” del senso compiuto si può disvelare la natura cangiante e mutevole delle cose e degli enti. Il linguaggio codificato è avvertito più come un limite, un’inutile confine e barriera fra se stessi e il mondo, fra l’essere e l’esistenza.  Lo spazio della superficie viene così investito da una proliferazione di affioramenti segnici; si espandono e si coagulano, si concentrano e si disseminano, generando un’accattivante vertigine di euritmie grafiche. Le lastre di vetro sono sempre incise da ambo i lati e recano tutta una serie di caratteri che divengono per l’artista – come egli stesso mi spiega – una sorta di scrittura automatica.  Come tale essa si carica, nella viva gestualità, dei tumulti inespressi dell’inconscio, di nessi e significazioni in apparenza casuali, forse, in realtà, semplicemente trascrizione di una tensione assoluta e di pulsioni altrimenti indicibili.

Nel medesimo tempo Cadamuro avverte sempre più viva l’urgenza di costruire un peculiare universo simbolico, in grado di investire le proprie opere di un’ulteriorità di sensi e di letture che le affranchi da una modalità diretta ed univoca di significare, quindi da un’immediatezza della possibile interpretazione.  Già agli albori degli anni Novanta si palesa il senso della sua ricerca. L’artista diventa un demiurgo capace di contaminare differenti linguaggi, in una sperimentazione che conduce a vivere l’espressione artistica come un’esperienza multisensoriale (vedremo come questo sia ancor più tangibile nelle performance). Il punto di partenza è la consapevolezza che ogni materiale – il vetro in primis – serbi in sé un potenziale espressivo, anche qualora venga utilizzato con finalità ben differenti da quelle per il quale è stato creato. Un atteggiamento in parte debitore nei confronti delle poetiche dadaiste e del “Nouveau Réalisme”, ma indubbiamente capace di spingersi oltre.   E’ pregnante creare opere che rappresentino sempre un sorprendente iter di scoperta per chi si pone di fronte ad esse e le osserva, come se si immergesse in uno sbalorditivo paese dei balocchi, in cui però il fine non è solo il piacere visivo ed estetico, il divertissement, bensì la possibilità di cogliere un messaggio, di definire ed interpretare. Ma l’esegesi non può che essere un viaggio che l’osservatore compie attingendo all’enciclopedia del proprio “sapere il mondo” e del proprio sentire.

parte di “MICRO-VETRO-VIDEO-INSTALLAZIONE DA PASSEGGIO”<BR> (Micro-GlassInstallation for a walk) cm 78,5 x 18,5 x 43,5 h - 1992
parte di “MICRO-VETRO-VIDEO-INSTALLAZIONE DA PASSEGGIO”
(Micro-GlassInstallation for a walk) cm 78,5 x 18,5 x 43,5 h - 1992

In questo modo dobbiamo leggere i “Poeglass”, sculture in vetro differentemente assemblate, con forme ogni volta diverse, nelle quali vengono inclusi oggetti di molteplici generi. Dai rottami vari (cesti di lavatrici, meccanismi di diversa natura, pezzi di motori) delle macinatrici di vetro, alle trappole per topi, ai mozziconi di sigari toscani, ai tubi in gomma, alle pietre, ai cotissi,  a svariate schegge di vetro, colorate e trasparenti, ai piani costruiti sempre a partire da lastre del medesimo materiale che vanno talvolta a  costruire, all’interno della scultura, labirinti chiusi, senza ingresso né uscita, poiché la strada non è mai facile da trovare. Anzi, forse non è mai rinvenibile. Vi sono poi le lettere e i numeri colorati, gli occhi vitrei, gli insetti, tutti generalmente costruiti dall’artista tramite resine colate. Sono inseriti in modo da essere talvolta bloccati, altre volte liberi di fluttuare nello spazio, che rappresenta una sorta di universo liquido. Oggetti che diventano memento, tracce di vita, frammenti di un tempo che tutto consuma e tutto usura – relegandolo a scarto - e che Cadamuro cerca invece di riscattare, investendolo di significati allegorici, comprendendo che l’arte è insieme produzione, transitività, sintetica espressione dell’indicibile. Inteso in questa accezione, il linguaggio artistico è intraducibile, poiché non serve a veicolare un mondo già conosciuto; piuttosto vive di quell’eccedenza di senso che lo rende “simbolo”, quindi connessione al mistero.

Cadamuro è consapevole che il “garbage”  (rifiuto) rappresenti  un’espressione del nostro tempo, forse la più pregnante. In realtà quanto lo conduce a questa sua peculiare produzione, per la quale si serve  – oltre che del  vetro – di altri materiali trasparenti, quali le resine, il plexiglass, è anche l’interesse per la luce. La peculiarità delle sue sculture – piramidi, stele, obelischi, torri - è quella di essere cangianti, di mutare e trasmettere differenti percezioni di sé a seconda del punto di osservazione, della collocazione nello spazio, della diversa illuminazione che le colpisce. La sperimentazione è tesa a valorizzare queste potenzialità nascoste nella materia adoperata, quasi che l’artista attraverso la composizione delle lastre, la creazione dei differenti piani interni, volesse ricreare la magia rifrangente e iridescente dell’acqua e del mare che lo ha sempre circondato, nonché il perenne divenire in cui ogni cosa è immersa, che tutto muta e trasmuta, testimoniando che nulla è dato per sempre.

“GLASS-EYES” (Poeglass)<BR>cm 36,5 x 36,5,5 x 7 h - 1993
“GLASS-EYES” (Poeglass)
cm 36,5 x 36,5,5 x 7 h - 1993

Nella tridimensionalità, nonché nella possibilità di includere, di farsi contenitori, - quasi fossero, come egli stesso dichiara, “capsule di vita” -  i suoi lavori divengono simulacri, feticci totemici, dispositivi allegorici che inducono a valutare la possibile alterità di ogni oggetto, nel suo essere e nel suo apparire. Non esiste un loro “significato”, perché sono portatori di allusioni ed illusioni che rinviano continuamente ad altro. L’operazione che Cadamuro compie è perciò immersa nel terreno dell’ambiguità, ovvero della fantasia e dell’immaginazione, dell’addentrarsi nel proprio inconscio.  Accostarsi alle sue opere significa cogliere la complessità di ogni esperienza, cimentarsi in un confronto con la realtà non limitata alla sembianza.  Queste vetrosculture divengono oggetti paradossali, che nel momento in cui paiono ammiccare e stregarci con la piacevolezza estetica, con un’apparenza ludica, con la meravigliosa trasparenza cangiante e l’apparente fragilità,  nel medesimo istante ci obbligano ad una riflessione sul contemporaneo e sulla società. Per intuirne il significato è necessitante ribaltare i luoghi comuni, perché Cadamuro libera il ricorrente senso percettivo, fortemente connesso all’estetica,   a favore di un rapporto dialettico tra cultura e società, attraverso creazioni stravaganti ed estrose, che imitano la decoratività dei consumi ma ne rifuggono la sostanza. La  ragione artistica si ripiega e interroga se stessa sino alla radice; in questo modo  non può che confliggere con i  consueti sistemi di creazione del senso e di decodificazione.   Lungo il concetto indiretto prodotto dall’arte, che si fa simbolo, si crea un percorso di “sovrasignificazione”, perché è nel carattere proprio dell’arte contemporanea aprirsi a sensi secondi, a sensi paralinguistici, connotazioni che si espongono ad ineffabili contraddizioni se lette tramite la lente della comune codificazione. Pensiamo ad esempio ai “glass-mobile”, forme trapezioidali o triangolari dotate di ruote per poter girare su se stesse. Talune hanno però le ruote disposte in direzione opposta, centripete, così da essere in realtà impedite nel loro movimento. Contraddizione, forse fatale scherzo ironico del destino. Tutto questo è parte del linguaggio di Cadamuro, il quale cerca di conferire poesia ed ironia a quanto invece non ne ha.

Sempre fedele all’elezione del vetro quale materiale principe con cui creare le proprie opere, Alessandro si accosta sin dagli esordi anche all’arte performativa, con ricerche che si focalizzano sulla commistione di arte, suono e parola. In primis cerca di comprendere come poter   amplificare – attraverso testine magnetiche - il suono che produce l’atto del graffiare il vetro. Nasce quello che egli definisce “Vetrofono”, sulla scorta della filosofia che sottende a strumenti quali lo xilofono. La traccia del segno diviene, nel medesimo istante, simbolo allusivo e suono che si invera quale voce della materia viva che racconta il proprio essere “ferita”, per farsi supporto narrativo. L’artista diviene un regista che entra in prima persona nell’opera, nel proprio agire nel tempo e nello spazio della rappresentazione. Una rappresentazione strutturata alla stregua di un evento che diviene fisico e contingente, una sorta di “teatro del possibile” a cui partecipano talvolta anche altri attori. Dal soprano che accompagna con il proprio canto le azioni dell’artista, alle modelle nude inserite nelle sculture, al vetro stesso che si frantuma, per differenti ragioni o in seguito a diverse tipologie di azioni, alle lamine sospese che producono un suono stimolate da ventilatori che riproducono l’azione del vento (cfr. performance “The wind of glass”).

“GLASS-TRIANGLE of J” (Poeglass) <BR>cm 30,3 x 8,6 x 64,8 h - 1995
“GLASS-TRIANGLE of J” (Poeglass)
cm 30,3 x 8,6 x 64,8 h - 1995

Quanto conta, in tutti questi atti performativi, è ancora una volta il divenire, la trasformazione, anche del senso dell’opera e della narrazione medesima. Alessandro Cadamuro dà vita ad operazioni mitopoietiche le quali rivelano il gusto per una stratificazione successiva di significanti in grado di moltiplicare le interpretazioni possibili, le prospettive del reale, pur immaginario o traslitterato. Lo scacco alle aspettative  si traduce  in innesco di ragionamento: sul vedere, sul fare, sull’artificiale, sul naturale, sulla comunicazione, sulla sostanza delle cose e della vita. E’ nell’ambito dello spaesamento e dello straniamento,  dell’apparente illeggibilità, della contraddizione, talvolta anche della trasgressione, che va riconosciuta e letta l’opera di Cadamuro,   un deus ex machina capace di tradurre   il proprio curiosare disincantato nelle relazioni quasi inconsce che paiono accostare i suoi oggetti, fra inquietudine e dimensione ludica, fra riconoscimenti ancestrali e profondi misteri; in definitiva uno scandagliare la sostanza medesima della vita. 

 

CRISTINA PALMIERI

   Novembre 2020

 

Per le FOTOGRAFIE si ringraziano  RUDY BARBORINI e GIAMBATTISTA BENEDET.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Vetro-Totemica” (Glass-Totemic): da una delle Macinatrici di Vetro” <BR>(Glass-Grinders) (2003). Molteplicità di suoni preregistrati con l’utilizzo del vetro
“Vetro-Totemica” (Glass-Totemic): da una delle Macinatrici di Vetro”
(Glass-Grinders) (2003). Molteplicità di suoni preregistrati con l’utilizzo del vetro
“IL VENTO DEL VETRO” (The Wind of Glass)<BR> m 12 x 12 x 2,30 h x tempo - 1992/2005
“IL VENTO DEL VETRO” (The Wind of Glass)
m 12 x 12 x 2,30 h x tempo - 1992/2005

 

 

 

“Vetroperformance VetroCantore”: nella sequenza Alessandro Cadamuro e la soprano Rossana Verlato <BR>alla chiesa di S. Francesco a Udine (1996)
“Vetroperformance VetroCantore”: nella sequenza Alessandro Cadamuro e la soprano Rossana Verlato
alla chiesa di S. Francesco a Udine (1996)
“BROKEN GLASS BODIES” m 1,20 x 1,20 x 3,80 h - 2004 <BR>opera movibile su scenografia, musa e suono
“BROKEN GLASS BODIES” m 1,20 x 1,20 x 3,80 h - 2004
opera movibile su scenografia, musa e suono