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Editoriali

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Recentemente nelle più importanti sale cinematografiche è arrivato “Anime Nere”, film di Francesco Munzi, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (il quale ha collaborato alla stesura della sceneggiatura), accolto favorevolmente dalla critica in occasione della partecipazione alla 71° edizione del Festival del Cinema di Venezia.

La pellicola racconta la storia di tre fratelli – figli di pastori – vicini alla ‘ndrangheta. Munzi cerca di rappresentare le vicende di una famiglia criminale nel tentativo di coglierne ed evocarne le contraddizioni ed i contrasti, le divergenze di vissuti, che ci conducono – come è stato sottolineato – quasi agli archetipi di una tragedia greca. Il racconto si svolge per buona parte nella nostra Milano, una città che ostenta la sua florida bellezza, l’incessante trasformarsi alla rincorsa di una modernità che la renda sempre più europea e cosmopolita, ma che cela anche molte ombre, sociali, politiche ed economiche.

Luca Servino, che si è occupato delle scenografie, ha pensato che parte della fotografia e delle atmosfere del film trovassero un’assonanza, a livello formale, con le opere pittoriche di Gabriele Buratti, in arte Buga. Ecco così che in alcune scene – ovviamente di interni – ci fanno compagnia le città e gli animali di questo artista che da anni seguo e di cui apprezzo il talento. Personalissima, infatti, è la semantica da lui utilizzata nel declinare un tema sempre più attuale e presente nella ricerca di molti artisti, quello delle moderne metropoli; “non-luoghi” misteriosi e talvolta inquietanti in cui le nostre anime smarriscono se stesse e i loro punti di riferimento, perse nell’impenetrabile e fitta rete di realtà in continuo mutamento, grandi spazi di transito, di circolazione, di consumo, sempre più omologanti, in cui ognuno di noi diviene “uno, nessuno, centomila”, una maschera di solitudine.

Da anni Gabriele, classe 1964 e laurea in Architettura, si dedica completamente alla pittura, raccontando i paesaggi urbani (soprattutto quelli della Milano in cui è nato e cresciuto, vivendone le metamorfosi, anche macroscopiche, degli ultimi decenni) rifuggendo il concettualismo di cui troppo sovente l’arte abusa, rappresentandoli invece visibili e percepibili in un’impalcatura descrittiva attenta ai dettagli, alla rappresentazione del particolare, dimostrando una straordinaria padronanza del mezzo artistico ed una rara attenzione al disegno.

Se si guarda al centro di qualsiasi grande città, vediamo un vero skyline, una collezione di palazzi, torri, grattacieli che paiono competere per attrarre la nostra attenzione. Tale multiforme realtà, che ci circonda e ci “contiene”, non cessa di espandersi. Buga ritrae questo spazio, lo coglie secondo differenti prospettive, ora dall’alto, ora dal basso, a volte ponendosene al centro, in un ipotetico crocevia, come un attento fotografo che cerca di restituirci quanto lo attornia secondo le più disparate angolazioni.

Su tavole di legno, spesso recuperate, o su tele applicate su tavola, l’artista lavora utilizzando un substrato di pittura murale, che crea il fondo dell’opera. Su di esso interviene stendendo strati di pittura ad olio uniforme, per poi utilizzare lame, carte vetrate, spugne, con cui toglie il colore, lavorando per sottrazione, alla ricerca della perfezione del segno e nel tentativo di trovare quei colpi di luce, in contrasto con le ombre, che contribuiscono a caratterizzare l’atmosfera dei suoi dipinti. Un’atmosfera per lo più cupa, brumosa, densa di certe foschie tipicamente milanesi o londinesi, determinata utilizzando pochi colori, i bianchi e neri, le terre, le ruggini che costituiscono la cifra caratteristica di Buratti. Dall’impalpabilità delle tonalità scaturisce un lessico figurale assolutamente non mimetico, quanto piuttosto evocativo. L’iconografia urbana dell’artista pare un layout fotografico che traduce in quadro un reale privo però di una precisa connotazione temporale, costituendo piuttosto una proiezione dell’immaginario emotivo dell’autore.

In contrasto con un segno che con caparbia precisione delinea il profilo delle metropoli, rendendole assolutamente riconoscibili e leggibili, l’intimismo memoriale rende queste opere un regesto di una pittura che ripiega su se stessa nel proprio sviluppo narrativo.

Siamo perciò di fronte ad un artista che, pur collocandosi nel contesto della tradizione realistica, attinge anche ad un universo simbolista, il quale consente di trascendere la mimesi per dipingere il proprio sentimento della città, delle sue intense e molteplici vibrazioni. Le metropoli divengono eterotopie, simboli di un progresso continuo e prepotente, vittima delle leggi socio-economiche di un capitalismo che ci ha resi dimentichi delle nostre autentiche radici e delle nostre esigenze più profonde. Ci siamo allontanati dalla natura, immergendoci in apparenti gabbie dorate che si sono rivelate soffocanti e opprimenti scenari, quasi apocalittici.

Come sottolineato dalla sociologia, ciò che identifichiamo come “urbanizzazione del pianeta” corrisponde a quanto viene definito “globalizzazione” riferendoci al mercato, all’interdipendenza economica e finanziaria, all’estensione delle vie di comunicazione ed allo sviluppo delle reti di comunicazione elettroniche. Il mondo diviene paradossalmente un’immensa città, la cui macroscopica caratteristica è quella di un’ insistente e progressiva uniformazione, che va azzerando le identità e le peculiarità.

Ecco il senso dell’inserzione degli animali selvaggi (come notiamo nelle opere presenti nel film) all’interno delle metropoli di Buga. Essi simboleggiano il primitivo, il primordiale. Elefanti, rinoceronti, tigri, leoni, zebre, campeggiano al centro della scena, straniti e sperduti, in contrasto netto con il paesaggio antropizzato e piegato alle leggi del consumismo dell’ultimo secolo. Queste figure – a colmare la quasi totale assenza umana - paiono rappresentare per l’artista un rituale sacro che rievoca quello delle arcaiche pitture rupestri. Rituale che cerca di esorcizzare la sofferenza, tentando di essere un monito per una civiltà che va perdendo i propri equilibri, incapace di dar vita e volto ad uno sviluppo che sappia tener conto di una necessaria misura.

Buratti dichiara, infatti, in una recente intervista: “ Nel mondo di oggi avverto un’incapacità nel pensare ad uno sviluppo alternativo a quello capitalistico – economico. Ci muoviamo verso mete imposte senza sapere che cammino vogliamo intraprendere e senza chiederci che costo avrà tutto

questo in termini di preservazione della diversità come valore assoluto.
Lo sviluppo delle città attuali (vedi Pechino, Abu Dhabi, Milano…) avviene con l’unica prerogativa di uno sviluppo immobiliare paesaggistico verticale, senza tener conto delle differenze geografiche e storiche.”

Sempre in quest’ottica dobbiamo leggere l’utilizzo, a livello semantico, di un altro elemento che si ripete nelle sue opere. Non può infatti sfuggire, all’attento osservatore, la presenza del “codice a barre”, che - lungi dall’essere una semplice inserzione calligrafica - incarna invece l’ emblema dell’appena citato consumismo, della replicazione, della ripetizione. Diviene l’icona inquietante, nell’ambito di un lessico polisemico, dell’asservimento alle logiche di un mercato che ci omologa, ci spersonalizza come ha spersonalizzato l’ambiente in cui viviamo. Siamo tutti braccati come gli animali selvaggi che non possono che perdersi in un contesto che non riconoscono, numeri fra numeri, azzerati dall’appiattimento valoriale che depaupera tutto quanto ci circonda e di cui le città deserte di Buga sono la proiezione e la testimonianza.

Così come braccati paiono essere i personaggi del film, dannati dalla spasmodica ricerca di un cambiamento che, allontanandoli dalle proprie radici nel tentativo di inseguire un facile e disperato arricchimento, li condanna ad essere perdute “anime nere”.

 

  

CRISTINA PALMIERI

 

  

Mi preme - al termine – segnalare l’importante progetto - “ARTISTS 4 RHINO” - a cui Gabriele Buratti da qualche mese si sta dedicando, per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo al ruolo che l’arte può svolgere nel catalizzare l’attenzione su importanti problematiche sociali ed ambientali. Il tutto scaturisce dalla volontà di un gruppo di artisti di portare avanti la causa del sostegno a quanti si occupano di difendere, nelle varie regioni del mondo, la vita dei Rinoceronti.

Sul web tutte le informazioni.

 

Le opere presenti nel film

“Lavoratore stagionale” – cm. 58,5 x74

 

 

“Naamah”- cm. 100x133

 

 

“Cassaintegrato” – cm. 67x44

 

 

“LIBERO CITTADINO” ( PERSIAN CHEETAH ) – cm.100X140

 


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